Saragat e Craxi, bersaglio dei comunisti

Semplificazione del quadro politico: questa la parola d’ordine del PSI craxiano alla fine degli anni 80. Con parole più semplici, per quanto crude, quel progetto prevedeva la “liquidazione” del Psdi di Saragat ed una sorta di fusione per incorporazione.

Evito di ricordare che i due partiti socialisti italiani erano separati dal 1947 e che Nenni portò il PSI nell’alveo del massimalismo storico, di fatto nel fronte comunista e Saragat scelse la più difficile strada del riformismo moderato che aveva come stella polare l’atlantismo e  l’avversione senza paure al blocco sovietico.

Figurarsi come, per me, segretario dei giovani socialdemocratici, appariva, in quella stagione, il leader del Psi.

Fu una inutile aggressione liquidatoria che non faceva i conti con la storia che invece aveva dato ragione proprio a noi socialdemocratici, per quanto avversati dai comunisti e purtroppo anche dai socialisti.

Il tentativo di annessione  non riuscì: le elezioni regionali ed amministrative del 90 consentirono, infatti, al Psdi nonostante le defezioni alimentate dai cugini socialisti, di mantenere intatto il patrimonio elettorale.  A prescindere dal risultato quell’operazione così sbrigativa e risolutoria ha alimentato da sempre un mio pregiudizio nei confronti della leadership socialista.

Siamo arrivati nel 2020 ed oggi ci tocca fare i conti con la realtà politica che, con le lenti della storia, meglio si staglia in tutta la sua nitidezza.

Saragat e Craxi, furono leader prefiguranti, lungimiranti, capaci cioè di leggere ed interpretare le stagioni future.

Il primo, come il secondo,  ebbe come avversari feroci non tanto la parte avversa della destra più estrema, ma i comunisti del  loro campo, la sinistra.

Furono loro, a dipingerlo come social traditore, più amerikano della Coca Cola. L’Unità, storico quotidiano comunista, si accanì in offese e contumelie che toccarono anche la sfera personale e persino le  abitudini alimentari.

Quel Psdi che indicava la strada della ragione e della verità continuando a difendere gli ultimi, sostenendo che non vi è libertà senza giustizia sociale, andava soppresso, ridimensionato, esiliato.

Non appena il partito di Saragat saliva nel gradimento elettorale arrivavano, con un tempismo strategico, le inchieste: nel 1975 toccò a Tanassi e negli anni 80 a  Longo.

Il Pci, ma colpevolmente anche il Psi, quelle inchieste le alimentò e le sostenne, nell’infingardo dibattito parlamentare e nella società.

Toccò poi a Craxi, ormai a 15 anni dalla svolta riformista, subire l’aggressione del golpe comunista di mani pulite che risparmiò taluni per cancellare socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali e democristiani non di sinistra.

L’accanimento nei confronti di Craxi giunse sino all’esilio ed alla morte.

Questa è la storia semplice nel suo lato barbaro ed incivile che volle, con il  capro espiatorio più comodo, colpire chi vedeva oltre, chi aveva un’idea di paese moderno, chi era pronto a combattere per le sue idee, chi decideva e per questo era sempre pronto a sottoporsi al giudizio degli altri.

Non si può, come leggo in questi giorni, a 20 anni da quel buio giorno, procedere alla riabilitazione postuma, come se quell’esilio non fosse esso stesso abilitante e dignitoso per un uomo che ha sacrificato la sua vita per la libertà, sua e di tutti gli italiani!

Di tutto questo ed anche di altro ragioneremo a Napoli nella sala del complesso di Santa Maria la Nova, con Stefania Craxi, Umberto Ranieri e Carmelo Conte.

Vi aspetto.

Paolo Russo

Deputato al Parlamento, medico e scrittore

Un pensiero riguardo “Saragat e Craxi, bersaglio dei comunisti

  • Febbraio 1, 2020 in 5:53 pm
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    Hai dimenticato Nicolazzi: non c’è due senza tre.

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