Premiare un libro con la sopravvivenza terrena del suo autore

Non è necessario l’ennesimo contributo sulla necessità o sull’impossibilità della separazione tra autore ed opera: c’è bisogno, forse, però, di un’analisi della fondatezza delle pretese che l’opinione pubblica avanza verso gli stessi lettori.

Questo perché, se qualcuno è davvero capace di controllare le percezioni, allora la sua vittoria non sarà solo quella di chi può fruire di qualsiasi prodotto artistico da una totale condizione di atarassia, ma è anche la vittoria di un essere umano capace di regolare matematicamente reazioni e risposte. Per gli altri esseri umani comuni, invece, il discorso sussiste poco. Abbiamo studiato D’Annunzio pur storcendo il naso, non chiudiamo gli occhi se al Reina Sofia di Madrid passiamo davanti al Guernica: esempi banali, per sottolineare come non abbiamo mai denigrato la fattura artistica e letteraria di alcune opere, seppur a denti stretti.

Oggi, però, il libro in particolare modo, non arriva mai da solo. Arriva insieme all’autore che lo presenta, alle interviste che lo raccontano, ai festival che lo consacrano, ai podcast che lo umanizzano, ai social che lo trasformano in presenza continua, ai tour e i firmacopie che lo presentano come un divo, alle polemiche che ne amplificano la circolazione. L’opera non è più l’unico oggetto dell’attenzione: è il centro di un dispositivo molto più ampio, nel quale il testo, la figura dell’autore e il suo posizionamento pubblico vengono continuamente ricomposti come parti dello stesso racconto.

Roland Barthes nel saggio La morte dell’autore proclama: «Prezzo della nascita del lettore non può essere che la morte dell’Autore».1 Ma cosa succede allora se l’autore non solo non vuole morire, ma viene continuamente spronato a sopravvivere? Se l’ultimo “mito d’oggi” è diventato proprio quello di sé? Se il culto ossessivo del proprio riconoscimento da parte degli altri resta l’ultima prova tangibile della propria esistenza, allora l’opinionismo critico può smetterla di accusare chi “non sa separare i due piani”. Al tempo della Age of Amazon e del brand-author, l’editoria è profitto, l’ideologia capitalistica regola la logica dell’occupare lo spazio, inventa il “merito”, che si traduce, in questo caso, nel competere sul mercato in una doppia prospettiva: merito perché il mio libro guadagna, guadagno perché il mio libro merita. 

Si noti allora come, fino a questo punto della discussione, non siamo mai riusciti a non parlare di un “io”. 

Perché se io sono, come concepisco qualcosa di completamente altro da me? Se abito questo tempo ed occupo questo spazio, il mio prodotto abiterà il mio tempo e occuperà il mio spazio, prima di abitarne ed occuparne infiniti altri. E se il mio romanzo viene giudicato, valutato e reso vincitore nel tempo e nello spazio che abito io, ora, allora condivide l’orizzonte in cui anche io sono. C’è un sistema valoriale, sociale, politico che condividiamo (nel senso meno ideologico del termine), volenti o nolenti, e che è endemico al tempo in cui agiamo. 

Il modo in cui interpretiamo la realtà è legato ai mezzi che abbiamo a disposizione per farlo, e se a disposizione abbiamo un sistema iper-stimolante che ha reso non più sufficienti approcci singoli alle opere, come facciamo a dimenticarci di ciò che attorno a noi è possibile afferrare? Di Tantalo, ce ne è stato soltanto uno. Ad oggi, il supplizio si rovescia: anche quando desidereremmo avere di meno, tutto ci viene gettato davanti agli occhi.

E allora, forse, la lettura barthesiana rimane oggi soprattutto un orizzonte teorico. L’idea che il testo possa costituire il luogo privilegiato dell’interpretazione, senza essere continuamente ricondotto all’esperienza biografica di chi lo ha scritto, appartiene a una stagione altra e ideale della lettura. Attorno ai libri è stato progressivamente imposto un diverso regime dell’attenzione: non interessa soltanto ciò che un’opera dice, ma chi la pronuncia, da quale vissuto proviene, quale porzione di vita custodisce o lascia intravedere. Il desiderio di leggere sembra estendersi oltre il testo, inseguendo la promessa di un contatto con la persona che lo precede. Il mercato editoriale prova quindi a plasmare lettori ideali che assecondino queste condizioni – che sembrano essere dei voyeuristi, più che dei lettori. 

Tuttavia, si continuano a colpevolizzare lettori definiti “non oggettivi”, quando in realtà si dovrebbero riconoscere tutte le tendenze, da parte anche di alcuni autori, di legittimazione del testo attraverso sé, e di sé attraverso il testo. Le dichiarazioni pubbliche di Michele Mari dopo la vittoria del Premio Strega per I convitati di pietra ne sono un sintomo chiarissimo. Dopo due settimane passate a schivare colpi per le dichiarazioni su Murgia, Mari si ritrova vincitore dello Strega perché “ha vinto l’opera”. Però, chi sa che il mondo si deve leggere anche attraverso la cultura che produce e attraverso chi la produce, ha perso, perché è stato invalidato da attributi come “fanatico” o “poco oggettivo” per settimane, quando in realtà stava solo abitando uno spazio già connotato.  In verità, però, è il Mari-vittima stesso, a vendicare questi lettori. Dopo la vittoria, le sue dichiarazioni pubbliche smettono di essere marginali e diventano parte dell’opera: immediatamente, «Ha vinto il libro, non io» ma, poco dopo, «Lo Strega non mi cambia, resto un uomo solo»; e, in merito alla questione Murgia, «Mi sono sentito manipolato». Un’oscillazione solo apparentemente contraddittoria, perché è proprio l’identificazione fra autore e libro a renderla possibile. L’io, allora, entra ed esce dal testo secondo convenienza, rivendicando alternativamente la coincidenza e la separazione, cercando di regolare in maniera sottile la percezione di sé. 

Per questo, pretendere reazioni puramente estetiche quando il mercato lavora intorno a percezioni epistemiche significa, dunque, ignorare le regole che l’ecosistema editoriale nella sua deriva ipercapitalistica ha attentamente costruito. Le leggi del mercato liberale hanno, di fatto, citando Habermas, «penetrato la sfera riservata ai privati in quanto pubblico» e dunque trasformato il dibattito stesso in consumo, cosicché anche «il nesso della comunicazione sociale si è disgregato negli atti di ricezione individuale».2 Così, anche la “privatezza” della stessa conversazione tra Mari e Ciabatti è un’argomentazione quanto mai fallace, in quest’ottica, perché è la stessa autonomia del privato, allora, a dipendere da ciò che è pubblico.

  1. Roland Barthes, La morte dell’autore, in Il brusio della lingua. Saggi critici IV, Einaudi, Milano, 1988, p. 3. ↩︎
  2. Jurgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari, 1974, pp. 186-187. ↩︎

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