Obblighi, divieti, punizioni: così nessuno viene più ad investire

Leggo che, con grande trasporto, Alessandra Todde, un viceministro che stimo e che ha un curriculum adeguato per quanto pentastellata, insieme con un ministro di lungo corso come Orlando, si starebbero affaccendando per inasprire le misure della norma contro le delocalizzazioni delle imprese.

Proverei ad usare una misura di prudenza nell’affrontare con un “machete legislativo” il problema delle aziende che chiudono bottega per trasferire le produzioni altrove nel mondo, magari dopo aver goduto per anni di lauti sostegni pubblici.

Si tratta di un provvedimento dall’ampia enfasi narrativa di un Paese che si sottrarrebbe così al giogo delle multinazionali affamatrici di popoli e speculatori senza scrupoli.

Proverei a suggerire una chiave di lettura un po’ diversa:

per prima cosa ci dovremmo preoccupare di quale impatto avrebbe nel mercato internazionale degli investitori una norma capace di incidere in modo dirompente sulle imprese costrette a chiudere fabbriche o rami d’azienda.

Mi dedicherei anche ad analizzare con maggiore attenzione l’efficacia degli interventi pubblici a sostegno delle imprese poi in fuga o degli stabilimenti chiusi: perchè o il progetto industriale era tanto lontano dal successo che nemmeno risorse dei contribuenti potevano avvicinare la missione o,peggio, si è trattato di sussidi senza valutazione di merito, insomma di risorse distribuite a pioggia che, quando finite,hanno generato una chiusura annunciata dell’azienda beneficiata.

Ed allora proverei a suggerire di dedicare analogo ardore a studiare misure utili a sostenere progetti industriali capaci di produrre occupazione e reddito e soprattutto a rassicurare gli investitori internazionali che il nostro Paese è il luogo ideale dove valorizzare l’inestimabile patrimonio umano, trovare opportunità di successi nel rispetto dei lavoratori, dell’ambiente e della compliance sociale e lo è anche grazie allo standing del presidente Mario Draghi ed alle necessarie riforme, a cominciare da quella della giustizia civile e d’impresa.

Dalle parti del ministero del Sud, guidato da MaraCarfagna,  si sta lavorando per delega di legge ad un riassetto degli incentivi alle imprese del Meridione e si ragiona di una “no tax area” (Irap ed Ires) estesa a tutte le aree Zes.

Queste sì che sono misure attrattive e non punitive, ma qui ci avventureremmo nel solito campo: valgono di più gli obblighi e le penalità  o piuttosto, in chiave liberale, vanno promosse le premialità per quanti hanno voglia di fare utile d’impresa, generare ricchezza e produrre lavoro?

A me sembra più efficace questo secondo modello e se necessario ne ragioneremo in Parlamento.

P.S. Non credo che a nessun capitano d’impresa, truffatori e predatori esclusi, faccia piacere chiudere un’attività e prima di farlo, sono certo, non abbia provato ad esperire ogni azione per migliorare la performance ed i numeri aziendali: la chiusura è sempre una sconfitta ed in chiave reputazione lo è ancor di più per i grandi marchi!

Paolo Russo

Deputato al Parlamento, medico e scrittore

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