Quann’ ‘o mar è calmo ogni strunz è marenaro

Non ho dubbi che si stia scherzando col fuoco.

Il governo nazionale e le regioni (la Campania più di altre!) si stanno cimentando in un vergognoso scaricabarile: il gioco del cerino!

Ogni giorno decine di migliaia di persone si contagiano, migliaia sono costretti alle cure, centinaia provano a raggiungere l’ospedale più vicino, qualche decina ha bisogno delle terapie intensive.

Siamo a 353 caduti quest’oggi. Fra un mese, in questa immane guerra, ne conteremo tre volte di più al giorno.

Di fronte a questo scenario apocalittico, confermato da chiunque abbia un po’ di dimestichezza di numeri e curve epidemiologiche, i fenomeni dei governatori regionali muscolari che fino a qualche mese fa pretendevano più poteri e più risorse, si baloccano in una partita interminabile tra surplace e ping-pong col governo nazionale, anch’esso costretto a mille capriole nel tentativo di provare ad esprimere, in una compagine rissosa, una posizione univoca.

Ieri ho ascoltato Conte alla Camera: una narrazione vuota, trita e ritrita di un evento infernale che però, a suo dire, prescinderebbe dalle azioni dell’uomo, una sorta di catastrofe che ha una evoluzione predestinata.

Non una parola sulla app Immuni, un fallimento planetario in epoca digitale.

Non una ragione per giustificare i ritardi nell’approvvigionarsi dei vaccini anti influenzali.

Non una giustificazione per i ritardi nel potenziare il trasporto pubblico locale.

Non una motivazione che spiegasse il perché siamo così in ritardo sul contact tracing.

Non un cenno alla totale assenza di visione, di piano strategico che guardi sì  ai prossimi quindici giorni, ma solo per programmare i prossimi sei mesi.

Nulla di nulla: un mesto galleggiare tra frasi di circostanza ed uno stanco rituale barocco-parlamentare che mal si addice alla drammaticità del momento.

Conte avrebbe dovuto assumere il ruolo del condottiero che prescinde anche dalla sua improbabile maggioranza di governo per diventare il Presidente del Consiglio di tutti gli italiani.

Altro che responsabilità condivisa dopo i disastri, avrebbe dovuto chiamare al governo i migliori, uomini e donne del fare, capaci di assumere con autorevolezza iniziative dolorose e necessarie.

Senza tessere di partito, ma con i curricula delle competenze e del saper fare.

Non un governo degli inciuci, ma l’esecutivo di chi sa fare.

Invece ha preferito la comoda bambagia dell’incapacità, dell’incertezza, della contraddittorietà, della indecisione.

Uomini e donne al governo privi di una storia culturale e professionale bravi nel non aver fatto granché.

Paolo Russo

Deputato al Parlamento, medico e scrittore

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